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La paura dell'anno mille


Author: Alessandro Barbero
Source: Festival della Mente di Ferrara
Type: conference
Source date: 2013-01-01
Archive date: 2026-02-10
Retrieved: 2026-02-10
Source ID: barbero-la-paura-dell-anno-mille-ferrara-2013
Material ID: mat-2026-0001
Tags: medioevo historiografia alessandro-barbero conferencia
Transcript notes: Texto limpiado a partir de una transcripción de trabajo. Se conservaron marcas mínimas de oralidad.

Transcripción de una conferencia de Alessandro Barbero sobre el mito de los terrores del año mil y su construcción historiográfica.

La paura dell’anno mille

Festival della Mente di Ferrara da 2013. Della serie Medioevo da non credere.

Bene, buonasera. Grazie, dunque quest’anno come sapete il tema dei nostri tre incontri è potremmo dire tutto quello che credevamo di sapere sul medioevo e che invece non è vero. È il tema di un periodo storico, il medioevo, che tutti abbiamo in mente, che tutti crediamo di poter immaginare, a cui pensiamo di poter attribuire un’infinità di immagini, di episodi, di avvenimenti, di situazioni e che però è un periodo che è stato in realtà inventato dopo in gran parte. Non vi sto dicendo che Carlo Magno non è esistito, ma che tante cose che noi diamo per scontate quando si parla di medioevo, quando uno va a vedere invece sono molto più leggendarie che non autentiche. A dire la vera, quello di cui parliamo stasera è forse come dire la cosa meno sensazionale, in questo senso che quando ho cominciato a raccontare agli amici gli argomenti di cui pensavo di parlare qui quest’anno, ho visto che quando gli dicevo guarda che lo ius primae noctis oppure l’idea della terra piatta non è mica detto che è davvero nel medioevo, ecco, vedevo che rimanevano più stupiti.

Il tema di cui parliamo stasera, le paure dell’anno mille, invece è forse un pochino più passato di moda. Non tutti forse siamo convinti che ci fossero quelle paure, perfino su internet quando uno va a vedere e cerchi paure, terrori dell’anno mille, nella maggior parte dei siti in realtà trovi la leggenda delle paure dell’anno mille. Quindi forse sfondo una porta aperta, e però credo che possa essere interessante lo stesso, andare a vedere come è stata costruita a un certo punto un’immagine del Medioevo che si rivela completamente leggendaria, completamente inventata e a cui invece per molto tempo gli eruditi, gli studiosi hanno creduto. Hanno creduto e come?

Oh, proprio perché dicevo che è una vecchia storia, magari un po passata di moda, ricordiamolo rapidamente di cosa sto parlando. Le paure dell’anno mille non si riferiscono genericamente al fatto che nel Medioevo ci fossero dei movimenti ogni tanto che annunciavano la prossima fine del mondo. Non si riferiscono solo al fatto che per i cristiani del Medioevo il problema di quando arriverà la fine del mondo fosse un problema sentito. Quello non è in discussione.

Quando si parla dei terrori dell’anno mille ci si riferisce proprio a un’immagine ben precisa, all’idea cioè che nel Medioevo pensavano che il mondo sarebbe finito nell’anno mille. E quindi quando l’anno mille ha cominciato a avvicinarsi, perché voi capite che queste cose finché le dici nell’anno 750, ma quando l’anno mille ha cominciato a avvicinarsi secondo questo racconto, la gente ha cominciato a aver paura sul serio. E negli ultimi anni prima dell’anno mille il mondo si è quasi fermato. Non aveva più senso mettersi a darsi da fare, fondare una famiglia, a lavorare, tanto il mondo finisce fra tre anni, fra due.

L’anno prossimo finisce e negli ultimi mesi dell’anno 999 il mondo si è davvero fermato, secondo questa storia che troviamo raccontata da tanti studiosi, da tanti dotti della nostra epoca dell’ottocento, del novecento ancora. Negli ultimi mesi dell’anno 999 la gente si affollava nelle chiese a pregare e piangere, sperando di salvarsi perché appena fosse finito l’anno 999 finiva il mondo. Ecco, io adesso ve l’ho detta con parole mie, ma in realtà vorrei ricordare quanto profondamente era sentito questo tema, in particolare nella cultura dell’ottocento, e che impatto romantico aveva questa immagine di un intero mondo piegato dal terrore perché aspetta la fine del mondo. Vi leggo poche righe di un brano del Carducci.

Carducci scrive questo nel primo dei suoi discorsi sullo svolgimento della letteratura nazionale. È una storia della letteratura italiana, perché Carducci si preoccupa dei terrore dell’anno 1000. Ne parleremo. Intanto sentiamo Carducci, che era uno che sapeva scrivere. Vi immaginate il levare del sole nel primo giorno dell’anno 1000?

Questo fatto di tutte le mattine, ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova per le generazioni uscenti dal secolo X. E poi dice Carducci i terrori che si erano accumulati per anni e anni, e naturalmente anche le ragioni di aver paura, le epidemie, le carestie, i prodigi. Tutto questo, all’avvicinarsi dell’anno 1000, si coagula in un’immensa paura collettiva. Sempre Carducci. Mille e non più mille aveva, secondo la tradizione, detto Gesù.

Dopo mille anni leggevasi nell’apocalipsi, Satana sarà dissolto. Dopodiché, segue appunto la descrizione delle folle gementi nelle Chiese negli ultimi giorni dell’anno 1000, del 999, e poi c’è lo straordinario colpo di scena. Il primo giorno dell’anno 1000 il sole sorge e non è successo niente. E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a manieri feudali, accosciate e s’inghiozzanti nelle chiese tenebrose e nei chiostri, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno 1000. Formidabile naturalmente.

Carducci è un grande scrittore, ma queste cose le scrivevano anche i miei colleghi, gli storici, nell’ottocento. Giusto per non negarci niente due righe da uno storico francese, il Lavallée, allievo di Michelet. Storia dei francesi, 1844. Traduco alla buona. La credenza nella fine del mondo, credenza che sembrava giustificata dalle pesti, le fami, le calamità di ogni genere che desolavano l’Europa, provocava una atonia universale.

Tutto era ghiacciato di paura nell’attesa del giorno fatale. Ogni impresa si era fermata, ogni movimento si era arrestato, non c’era più ne speranza ne avvenire. Si raddoppiava di fervore religioso, con gioia del professore O. Di Freddi che vedo qui davanti a me. Ci si accumulava, ci si affollava nei conventi, si donavano i propri beni alla Chiesa e da ogni parte si sentiva questo grido lugubre.

La fine del mondo si avvicina. Bene, abbiamo assodato se non altro un punto. Nell’ottocento erano tutti convinti che ci fosse stato questo terrore collettivo che ha bloccato la società europea. Abbiamo modo di controllare, abbiamo modo di andare a vedere cosa succedeva davvero nell’anno 999. E beh, con un po di fatica sì.

Andiamo a cercare dei documenti scritti in quell’anno. Per esempio, cosa faceva il Papa alla fine del 999? Papa che doveva essere abbastanza interessato all’argomento, evidentemente. Noi abbiamo una bolla papale, pensate che fortuna, del 31 dicembre 999. Il 31 dicembre 999 Papa Silvestro II, conferma i privilegi di un grande monastero tedesco, il monastero di Fulda.

Sono vari privilegi che la sede romana conferma su richiesta dell’abbate. Il Papa consegna questa bolla, datata 31 dicembre 999, all’abbate di Fulda, dicendogli ti confermo tutti i privilegi del tuo monastero, a te e ai tuoi successori, a patto che in futuro ogni abate che verrà eletto venga a chiedere a Roma la conferma della sua elezione. Inoltre, voi in cambio di questi privilegi, monaci di Fulda, dovete pagare un’offerta ogni anno di dodici denari alla sede romana da pagare in futuro ogni anno. Almeno questi due non si stavano aspettando la fine del mondo, evidentemente.

È vero che Papa Silvestro II era un personaggio speciale, era un grande erudito, un grande dotto, tanto dotto che qualcuno addirittura lo sospettava anche di un po di intrallazzi con la magia. Si chiamava Gerberto di Oriac prima di diventare Papa. Magari lui era uno un po speciale, magari gli sprovveduti e la gente qualunque invece se l’aspettavano questa fine del mondo. Andiamo a vedere cosa faceva la gente qualunque nel 999. Tra un po di documenti che ho trovato ve ne cito uno a caso.

Ho cercato fra quelli piemontesi che per me era più comodo. Siamo a Tortona in un mese imprecisato del 999. Due fratelli, un è un prete a Delberto, l’altro è un laico e Renzone sono due piccoli imprenditori. Prendono in affitto delle case e delle terre, dei campi dal monastero di San Marziano di Tortona. Prendono in affitto queste terre con un contratto scritto, cosa che nell’anno 999 in certe parti d’Europa non si usava più tanto, perché in molte parti d’Europa andavano più alla buona.

Un contratto, uno sputo sul palmo, stretta di mano. In Italia, paese più vicino alle sue radici classiche, si usava di più andare dal notaio anche per fare un contratto d’affitto. Facevano questo contratto d’affitto che chiamavano il libretto, libellus in latino. Questo contratto d’affitto noi ce l’abbiamo.

L’abate, da in affitto queste terre a questi due fratelli per la durata di, qui vi voglio preparare, nelle nostre campagne fino a un po di tempo fa era in vigore la mezzadria. E la mezzadria voi sapete che era un sistema, come dire, in apparenza paritario, in realtà molto squilibrato a favore del padrone, e normalmente il contratto durava un anno. Alla fine del raccolto a San Martino il mezzadro consegnava tutto e se il padrone voleva cacciarlo lo poteva cacciare. L’albero degli zoccoli di Armando Olmi, tanto per citare un film che magari molti hanno visto.

Nel Medioevo non era così. Nel Medioevo c’erano poche braccia e uno dei grandi problemi per un proprietario teriero, tanto più per i monaci che avevano altro a cui pensare, che non star sempre dietro ai campi, un grande problema per i proprietari terrieri era di trovare lavoratori che stessero lì, anzi semmai di costringerli a stare lì se possibile, anziché cacciarli. Quindi nel Medioevo usavano contratti a lunga scadenza. Nell’anno 999 l’abate di San Marziano di Tortona dà in affitto queste terre del monastero a questi due fratelli per la durata di 29 anni, a condizione che dovranno abitarci, coltivarle, non permettere che queste terre vadano in malora e ogni anno pagheranno al monastero un terzo del grano raccolto e metà del vino.

Non solo fa comodo al padrone averli lì per 29 anni, ma anche a loro fa comodo, è una bella garanzia per il contadino. Dunque la garanzia sta a contratto. Vi diamo queste terre per 29 anni. Se nell’arco di questi 29 anni qualche mio successore abate dovesse cercare di riprendersele, pagherà la penale di 20 soldi d’argento prevista dal contratto.

Dunque, anche questi nell’anno 999 non si aspettavano che il mondo finisse l’anno dopo, evidentemente. Non c’è proprio nessuno che parla della fine del mondo nell’anno 999. Alla fine un documento l’ho trovato che parla della fine del mondo, ma bisogna vedere in che termini. È un diploma dell’imperatore Ottone III. L’imperatore Ottone III quell’anno è andato a Roma per varie brighe sue. Arriva a Roma e naturalmente si affolla la gente che gli chiede, si affollano i postulanti che gli chiedono donazioni, conferme, diplomi, benefici e così via.

Tra l’altro arrivano i monaci di Farfa. Farfa è un grande monastero laziale. Anche loro hanno dei privilegi naturalmente. Farfa è un grande monastero imperiale, appartiene all’imperatore, però loro hanno un privilegio che l’imperatore non lo può regalare a qualcun altro quel monastero.

Come invece gli imperatori facevano volentieri. Hai un vecchio consigliere da premiare che deve andare in pensione, un tipo importante, cosa ne fai? Lo nomini a base di un monastero che va da lì e si goda le ricchezze di quel monastero. Queste cose ai monaci piacciono poco.

I monaci di farfa hanno il privilegio. Non possono essere dati in questo modo a nessuno. Il loro abate se lo eleggono loro. L’imperatore Ottone III dice benissimo, siamo d’accordo, ve lo concediamo.

Confermiamo questo privilegio, dice l’imperatore, il 3 ottobre 999. Traduco dal latino. Per cui d’ora in poi, in eterno, mai più nessuno dei nostri successori potrà dare in beneficio a qualcuno il monastero di Farfa, ma rimanga sempre di proprietà dello Stato, res publica. Se qualche papa in futuro o qualche imperatore nostro successore dovesse invece soggiogare quel monastero a qualcuno, si ricordi che quando poi verrà Cristo e tutti quanti dovremo rendergli i nostri conti, chi dovrà rispondere di aver infranto la mia promessa? Perché Cristo verrà, la fine del mondo ci sarà e tutti dovremo rendere i conti prima o poi.

Ma chiaramente anche l’imperatore non si aspettava che l’anno finisse l’anno dopo, che il mondo finisse l’anno dopo. C’è un altro modo di controllare? Beh sì, c’erano dei cronisti all’epoca, certo che c’erano persone di solito studiosi e quindi di solito all’epoca uomini di chiesa, monaci, che a un bel momento decidevano di mettersi a tavolino e scrivere i grandi avvenimenti a cui assistevano. Magari anche solo poche righe, magari invece anche di più, anno per anno.

Ci sono parecchi cronisti che hanno vissuto l’anno 1000 e che scrivono nel 998 è successo questo e quell’altro, nel 999 è successo questo, nel 1000 è successo quest’altro, l’imperatore è andato a Roma, nel 1001 è tornato in Germania e così via. Non c’è nessuno che dica c’era il terrore dell’anno 1000, c’erano le folle, c’erano dei movimenti, beninteso niente. Dobbiamo pensare che nel medioevo erano gente così laica e disinvolta, che della fine del mondo non gli importava niente? No, evidentemente, l’abbiamo appena visto, della fine del mondo gli importava.

Il problema è quando verrà la fine del mondo. C’è modo di saperlo. Torniamo un po indietro. Noi lo abbiamo detto, il Carducci dice mille, non più mille, ha citato l’Apocalisse.

Ecco, andiamo un po a vedere. Cosa ne sapevano loro della fine del mondo? Sapevano tutto, tranne la data. Sapevano tutto perché c’è il libro dell’Apocalisse che descrive esattamente come avverrà la fine del mondo.

Il libro dell’Apocalisse, che è l’ultimo libro canonico del Nuovo Testamento, attribuito a San Giovanni Evangelista, ma probabilmente non è vero. Comunque, testo antico, fine primo secolo. Un testo totalmente delirante, va detto, visionario che racconta le cose più straordinarie e che complessivamente si presenta come la descrizione della fine del mondo. Questa cosa per gli ecclesiastici del Medioevo era molto importante e molto utile anche.

Immaginate un cronista che vuole scrivere la storia universale. Va in biblioteca, comincia, trova gli storici antichi, i greci, i romani, i cartaginesi, Annibale e così via, Costantino, il grande imperatore cristiano, i barbari, Carlo Magno. Poi siamo arrivati adesso al presente. Lascio un po di pagine bianche.

E poi volendo, la parte finale la posso già mettere, perché si sa già come sarà la fine del mondo. Basta andare a prendere l’apocalisse e la descrive. Verrà l’antichristo, commetterà ogni sorta di nefandezze, poi verrà sconfitto, tornerà Cristo. L’apocalisse, come vi dicevo, è un testo visionario e farraginoso, dove si trova di tutto.

A un certo punto l’autore dell’apocalisse comincia a giocare con il numero 1000. Non si capisce niente, e non è che mi dovete credere, adesso ve lo leggo, ma che c’entri l’anno 1000, o meglio il numero 1000, questo è evidente. Apocalisse 20, versetti 1-7. Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo, e che aveva la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Egli prese il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e satana, e lo legò per mille anni.

Poi lo gettò nell’abisso, che chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni finché fossero compiuti i mille anni. Uno legge questo e dice cosa vorrà dire? Eh, sembrerebbe dire che in certo punto per mille anni satana è reso impotente. Perché?

Perché è venuto Cristo, certo. Saranno mille anni da quando è venuto Cristo. E poi però allora qua dice che dopo mille anni lo liberano satana e subito dopo verrà la fine del mondo. Questa è una linea di ragionamento che è possibile.

È talmente possibile, se mi permettete una piccola parentesi, che anche oggi, perché non è che noi oggi ne sappiamo di più che nel medioevo, anche oggi salta fuori ogni tanto la setta. È vero che succede più facilmente nel Texas protestante che non qui da noi, ma anche oggi salta fuori ogni tanto la setta che dice guardate che verrà la fine del mondo e tutti gli adepti donano tutti i loro beni al capo della setta. E poi a volte si suicidano anche tutti quanti insieme. Ecco, questi movimenti, queste sette, noi come li chiamiamo?

Li chiamiamo movimenti millenaristi. Parliamo di sette millenariste, di millenarismo, quando ci riferiamo a qualcuno che predica all’avvicinarsi della fine del mondo. Parliamo di millenarismo perché continuiamo a essere impregnati di queste cose che si leggono nell’apocalisse, che accosta i mille anni alla fine del mondo. E dunque, all’avvicinarsi dell’anno mille, c’è stato qualcuno, abbiamo appena visto che nel 999 non ci pensavamo più, si era messo il cuore in pace, ma in quei decenni c’è stato qualcuno che ha fatto questi ragionamenti sul libro dell’apocalisse e che ha cominciato a dire in giro preparatevi perché guardate che nell’anno mille il mondo finisce.

C’è stato qualcuno? Sì. Noi abbiamo un racconto preciso. Chi racconta è un monaco, tanto per cambiare, in quest’epoca quasi tutti quelli che hanno voglia di raccontare storie sono monaci.

Si chiama Abboné Abate de Fleury in Francia. Abboné de Fleury, grande studioso, grande scrittore, grande intellettuale, uno che ha letto molto e capisce molto. Scrive un libretto nell’anno 998 dedicato al re di Francia, Roberto. Abboné de Fleury dice al re di Francia guarda che nel tuo regno ci sono parecchie cose che non vanno, ci sono parecchie cose che andrebbero corrette.

Non sta parlando del fatto che i conti, anziché rendere giustizia intascano bustarelle, non è di quello che parla, parla delle credenze, della cultura, di come funziona la Chiesa. Dice che nel tuo regno ci sono molti errori che vanno corretti. Per esempio ci sono dei chierici che non sanno bene il credo e quando recitano il credo sbagliano. Dovrebbero dire che lo Spirito Santo procede dal padre e dal figlio, invece dicono procede dal padre e dimenticano il figlio.

Questo non va mica bene, va corretto. Ci sono dei chierici che fanno degli sbagli nel calcolare il calendario liturgico, fanno cominciare l’avvento un giorno prima. Anche questo non va bene, dice Abone, il re deve provvedere. E poi dice Abone, nel tuo regno, in passato, adesso è un po che non succede, siamo nel 998, ma in passato ogni tanto venivano fuori queste storie della fine del mondo e bisognava darsi un grande affare per tranquillizzare la gente.

Abone dice, io mi ricordo quando ero un ragazzino e si calcola che siamo intorno al 970, quando ero un ragazzino io stesso ho sentito a Parigi, in una chiesa di Parigi un predicatore che avvertiva che nell’anno 1000 sarebbe venuta la fine del mondo e io, dice Abone, che già da ragazzino era uno che aveva studiato, io allora mi ricordo che mi sono sforzato di farlo star zitto e di spiegare a tutti che si sbagliava citando l’Apocalisse e il libro di Daniele e il Vangelo e così via. Poi, dice Abone, è venuto fuori quell’altro sbaglio sulla fine del mondo. Mi ricordo che ai tempi del buon abate Riccardo, e siamo sempre intorno al 970 più o meno, sono arrivate al nostro Monastero delle Lettere che dicevano che in Lorena c’era qualcuno che aveva fatto questo calcolo assurdo, aveva detto, io vi chiedo scusa se vi trascino in queste cose complesse, ma questa gente viveva di questi ragionamenti e di queste sottigliezze. Qualcuno aveva detto l’anno in cui il venerdì santo coinciderà con l’annunciazione, cioè il 25 marzo, ci sarà la fine del mondo.

Se ci ragioniamo un attimo perché questo? E chiaro, in quell’anno si chiude un circolo. L’annunciazione è l’arrivo di Gesù, che è ovviamente l’evento più grande della storia del mondo, la venuta di Gesù, ai loro occhi. Il venerdì santo è la morte di Gesù.

Se un anno le due date coincidono, siccome noi esseri umani siamo in grado di metterci in testa le cose più folli e di crederci, intorno al 970 c’era qualcuno che andava in giro dicendo guardate che ovviamente io sono andato a vedere sul calendario perpetuo quando è che c’era stata l’ultima volta questa coincidenza nel 908, era passato un bel po di tempo, quando c’è stata di nuovo questa coincidenza del venerdì santo con l’annunciazione nel 970. Guarda lì, si vede che l’anno prima qualcuno ha fatto quel calcolo, ma la cosa interessante è che Abbone, che ci sta raccontando questa cosa, dice quando è arrivata questa notizia il buon abate Riccardo mi ha detto Abbone occupatene tu, scrivi tu in Lorena per spiegare che queste sono tutte fregnacce. Non si esprime così tecnicamente, ma è chiaro che questo è il senso del discorso. E io dice Abbone ho scritto spiegando quanto fosse folle questo ragionamento. Ergo, facciamo il punto, è assodato che l’idea della fine del mondo che arriva ogni tanto girava e che anche associarla con l’anno mille non era affatto impossibile a qualcuno è venuto in mente.

Quello che è assodato è che queste cose ogni tanto venivano fuori e che venivano immediatamente messe a tacere. Non avevano nessuna possibilità di espandersi e di circolare perché i pastori provvedevano immediatamente a fermare questi ragionamenti. E nell’anno 998 quando scrive Abbone sono ricordi di giovinezza. Ma perché, l’abbate Riccardo dice ad Abbone queste sono tutte frottole, scrivi tu, perché sono così convinti gli uomini di Chiesa che non funzionano questi calcoli?

Che è sbagliato cercare di prevedere quando verrà la fine del mondo. Ecco, il punto è proprio questo. Non è che i calcoli non funzionano e che gli uomini di Chiesa del Medioevo sanno che è sbagliato cercare di prevedere la fine del mondo. Ed è sbagliato, è giudizio universale naturalmente, è sbagliato perché sta scritto nella Bibbia che non si può sapere.

Matteo, 2436. Quanto a quel giorno e a quell’ora però nessuno lo sa. San Paolo, prima lettera ai testalonicesi. Il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Cioè non è che si annuncia prima, arriva quando non lo sai.

Quando diranno, sempre San Paolo, pace e sicurezza, allora all’improvviso li colpirà la rovina. Ergo, il Signore lo ha detto chiaramente. Io verrò, ma voi non potete sapere quando. Anzi verrò quando meno ve lo aspettate.

Quel giorno e quell’ora nessuno lo sa. E quindi è perfettamente inutile mettersi a ragionare su queste cose. Il primo che lo dice chiaramente è un pensatore cristiano dei primi tempi che avrà un’influenza enorme sul pensiero cristiano medievale, e cioè Sant’Agostino. Sant’Agostino ci ragiona su e lo scrive molto chiaramente.

Calcolare i tempi per sapere quando sarà la fine di questo mondo o l’avvento del Signore, mi sembra nient’altro che voler sapere qualcosa che lui stesso, il Signore, ha detto che nessuno può sapere. Poi fra parentesi c’è anche un altro piccolo ragionamento che Sant’Agostino, che conosce i suoi testi, tira fuori subito. Sta scritto anche, dice perché non sappiamo quando viene, ma magari viene l’anno prossimo. Calma.

Sta scritto che prima che venga l’antichristo e poi la fine del mondo, il Vangelo dovrà essere predicato a tutti i popoli della terra. È stato già predicato? No, perciò non sarà per l’anno prossimo. Dunque, facciamo anche qui il punto.

Siamo arrivati a dire che tensioni millenaristiche, preoccupazioni per la fine del mondo, nell’arco del medioevo di tanto in tanto vengono fuori, ma non hanno spazio per allargarsi, perché dall’alto non sono accettate. E ve ne faccio un esempio, tanto per farvi vedere come queste cose in realtà capitavano anche spesso, ma come fossero poi circoscritte. Vi faccio un esempio parecchio prima dell’anno 1000. Torniamo indietro. 847. Siamo nell’anno 847. In Germania un analista racconta che a Magonza è saltata fuori una donna che sostiene di prevedere il futuro.

Una pseudoprofetissa. Si chiama Fiota. Questa donna sostiene di conoscere la data della fine del mondo. E guarda caso sarà l’anno prossimo.

Lei conosce questa cosa, dice il monaco, che nessuno può sapere come se fosse Dio che gliel’ha rivelata. E la gente, anzi non la gente, il monaco usa un termine significativo, i plebei. Perché queste cose sono soltanto i poveracci che ci possono credere. Però di poveracci ce n’è tanti.

Questa donna va dicendo che lei lo sa, che la fine del mondo sarà l’anno prossimo, e molti plebei le credono e vanno da lei e le portano dei regali, chiedendole di pregare per loro. Il vescovo di Magonza si secca un po, la convoca, la interroga e viene fuori, almeno la donna dice che questa cosa gliel’ha suggerita un prete suo amico, dicendole tu vai in giro a predicare che l’anno prossimo viene la fine del mondo, vedrai la gente quanti regali ci porta. E infatti è proprio successo così. Il vescovo si consulta con altri vescovi, decidono a questa una bella bastonatura, non la toglie nessuno, la fanno frustare sulla pubblica piazza e poi fuori dai piedi e che non osi più farsi sentire.

E così viene spento il movimento millenaristico di Magonza dell’anno 847. A questo punto, quanto tempo mi sono già giocato, beh buona parte per la nostra fortuna, se voi ricordate da dove siamo partiti. Noi siamo partiti da gente, e non gente da poco, ma un Carducci, storici accreditati e autorevoli del loro tempo, che ci hanno detto che negli ultimi mesi e giorni prima dell’anno mille c’era il terrore collettivo, le chiese pieni, insomma è inutile che ve lo ridicano, sembrerebbe assodato che quell’immagine è interamente immaginaria, appunto è inventata. Non è vero che è successo questo. Allora però voi capite che si pone allo storico un problema diverso, ma anche esso abbastanza interessante.

Se non è mai successo, chi è che l’ha inventata questa storia? Chi, quando, perché, come è possibile, al di là dell’angoscia di scoprire che noi storici possiamo credere e raccontare, vedo sempre il passore di Freddy che ride sotto i baffi, ma anche voi matematici secondo me certe volte. Comunque, noi storici possiamo a me convincereci di cose e convincere chi ci legge, che poi cent’anni dopo si scopre che sono totalmente inventate. E non è piacevole rendersene conto, dir la verità.

Il rimedio è andare a cercare di capire come è successo, perché almeno se uno capisce come succedono queste cose, forse si può starci un po più attenti, forse. Come è successa questa storia? Molti studiosi ci sono messi a cercare di ricostruire la genealogia di questa leggenda, dei terrori dell’anno 1000, ed è saltata fuori proprio una genealogia, nel senso di una serie di autori che si sono, uno dopo l’altro, copiati, aggiungendo ognuno qualcosina. Il meccanismo è questo.

E a volte ci vogliono secoli perché questo capiti. Io adesso mi sono chiesto a lungo, preparando questa lezione, gli faccio tutto l’elenco oppure lo abbrevio, ne faccio qualche esempio. Il primo colpevole è un cronista del Medioevo, un monaco che scrive intorno al millecento, cent’anni dopo i fatti. E un bravo cronista, si chiama Siggeberto, Siggeberto di Gembloux.

Scrive una cronica, ha letto tanti libri, ha letto gli analisti dell’anno mille, i quali delle paure non parlavano per niente. È vero però che nell’anno mille qualche cronista ha menzionato un terremoto. E i terremoti voi capite è un’affar serio, perché il terremoto è un segnale, vuol dire qualcosa. Poi Siggeberto legge le sue fonti e scopre che nel mille due c’è stata una cometa.

E anche la cometa è una cosa seria, perché Dio non si prende il disturbo di modificare l’armonia delle stelle, se non c’è un motivo molto preciso di mandare un avvertimento agli uomini. Siggeberto fa due più due e già che c’è semplifica un po. Terremoto nel mille? Cometa nel mille due?

Siggeberto dice, senti, qui c’è di mezzo il mille evidentemente, quell’anno era un anno un po speciale. Siggeberto semplifica. Nell’anno mille ci sono stati un terremoto, una cometa, ed è apparso un serpente nel cielo. Non dice, va detto, a onore di Siggeberto e di Jean Blou, non dice e tutti hanno avuto paura della fine del mondo.

Lui si limita a accumulare questi prodigi. E lui stesso è un millenarista. L’anno mille è passato, però l’impressione di quella cifra tonda continua a funzionare. Passano altri 70 anni, 1170 circa, un altro cronista, Chister Chains, Guillaume Godel, che ha letto anche lui i cronisti dell’anno mille e degli anni successivi, ha scoperto che nell’anno mille e dieci c’erano state delle visioni, carestia e crisi.

Ce n’è abbastanza. Guillaume Godel scrive. Nell’anno mille e dieci ci sono stati tutti questi prodigi e molta gente ha avuto paura che il mondo finisse. Nelle sue fonti non c’era questo.

Quelli che erano vissuti nel mille e dieci gli hanno detto che c’erano le eclissi. Ma Guillaume Godel non è mica uno sciocco, lo sa cosa pensa la gente quando vede le eclissi. E allora ecco il primo che parla di un terrore collettivo. Peccato per noi che lo mette nel mille e dieci.

È esasperante, ma è così. Dopodiché il Medioevo continua, lungo tutta questa epoca che gli amici di Carducci immaginavano come epoca di credulità e ignoranza, non c’è più nessun altro che si sogni di riprendere questa frasetta sui terrori. Poi finalmente arriva il Rinascimento. In quell’epoca illuminata che è il Rinascimento cominciano a saltare fuori i storici che invece ci credono che la gente avesse avuto paura della fine del mondo.

Salta fuori per esempio il Tritemio, che pochi di noi giustamente hanno sentito nominare, ma che è un importante umanista tedesco, inizio del Cinquecento, che nella sua cronaca anche lui ha letto Sigeberto di Gembloux. E anche lui quindi dice nell’anno mille ci fu il terremoto e ci fu la cometa e ci furono le visioni e molti si spaventarono temendo che arrivasse l’ultimo giorno. Questo non l’ha letto in Sigeberto di Gembloux, ma voi capite come funziona? È un umanista, ormai è il Rinascimento, quei poveracci là stavano nelle tenebre del Medioevo.

Quando hanno visto tutti quei prodigi, figurati se non si son spaventati, si sono spaventati, e come? E il Tritemio lo scrive e continua così. Autori su autori riprendono questa chiacchiera e ognuno ci ricama sopra, perché è bello immaginarsela questa scena di tutto un mondo che si ferma per il terrore. E mi rendo conto che a dirlo così sembra incredibile, perché noi abbiamo questa ostinata convinzione che quando leggiamo qualcosa è perché l’autore la sa quella cosa che scrive e quindi è vera e non è assolutamente così.

Si possono scrivere le cose più stupefacenti e magari l’autore se ne convince anche, ma se gli vai a chiedere come fa a sapere, lasciamo stare perché qui prenderei una via. Ma comunque diventa un luogo comune. Tutti sanno nel 600, nel 700, nell’800 che ci sono stati i terrori dell’anno 1000. Va detto che c’è un motivo che li incoraggia in questa credenza e che noi possiamo anche capirli poveretti, perché in realtà, specialmente nel 700, nel 700 comincia una storiografia scientifica moderna. Si comincia a rifare la storia del passato, non solo copiando i vecchi cronisti, ma confrontando i documenti.

Nel 700 comincia anche la storia delle nazioni moderne, delle letterature moderne. Ora, le nazioni moderne sono nate nel Medioevo, le letterature nostre sono nate nel Medioevo, ma prima o dopo l’anno 1000? Dopo l’anno 1000, evidentemente. Tutti abbiamo studiato a scuola la storia della letteratura italiana, no?

E comincia tutto dopo l’anno 1000, prima niente. E allora i primi studiosi, i primi eruditi, che si mettono a fare queste grandi storie di insieme, scoprono che il Medioevo fin grosso modo all’anno 1000 è un’epoca che ha lasciato poche testimonianze, succede un poche cose. Dopo invece esplode tutto, la letteratura provenzale, quella francese lingua d’ohil, poi quella italiana, i trovatori, tutto. Le grandi cattedrali, una grande civiltà che nasce dopo l’anno 1000. Ora tutti questi eruditi e questi studiosi sanno che nell’anno 1000 il mondo si era fermato per il terrore.

E allora è facilissimo dare quel colpetto che aggiusta tutto. L’anno 1000 diventa il punto di partenza, perché è chiaro che fino all’anno 1000 la gente era troppo terrorizzata per fare qualcosa. E dopo invece ci sono messi in movimento. Sembra una barzelletta dirlo così.

È stato sostenuto molto seriamente. Vi cito un libro importantissimo nella storia della cultura italiana. L’Abbate Bettinelli, che alla fine del Settecento pubblica una prima grande storia della letteratura e della cultura italiana. Bettinelli non è uno qualunque.

Il suo libro è un libro importantissimo, come dire preveggente addirittura. Basti dire che il libro del Bettinelli, uscito nel 1773, si intitola Risorgimento d’Italia. Negli studi, nelle arti e nei costumi, dopo il mille. E di conseguenza con cosa comincia il libro del Bettinelli?

Comincia raccontando com’è che per fortuna il mondo si è rimesso in movimento e in particolare l’Italia che aveva tante belle cose da fare, ma fino all’anno mille nessuno si muoveva. Dopo il mille tornò sialquanto alle arti, che erano prima state neglectte per una credenza universale che alla fine del X secolo dovesse essere ancora quella del mondo. Notate che il Bettinelli, curiosissimo, sgrida gli storici, perché dice gli storici ne parlano poco di questa faccenda, e che invece è importantissima, dice il Bettinelli, perché è chiaro che quelle paure impedivano che nascesse la letteratura italiana, che è quello che interessa lui e tutto il resto. Quell’opinione che stesse per finire il mondo non è credibile quanto pregiudicasse in sino all’ultimo giorno del secolo decimo, e non è credibile quanto danno togliesse, cioè quanto bene abbia fatto, il non aspettato principio del mille.

L’orror sempre presente d’una prossima desolazione universale tolse ad ognuno speranze. Questa orrenda disperazione, non dovete lasciare altri pensieri, eccetera eccetera eccetera, e via romanticheggiando. Poi sorge il sole dell’anno mille, ma l’abbiamo già sentita questa storia, è Carducci, ho cominciato con quello. Questo che sto leggendo adesso è Bettinelli, un secolo prima, ma anche Carducci ricordate in che occasione scrive queste cose?

Io l’ho detto prima, ma voi non ve lo ricordate. Nel suo primo discorso sullo svolgimento della letteratura nazionale. In altre parole c’è un filo diretto preciso. Chi nel Settecento e nell’Ottocento vuole fare la storia della grandezza italiana, della civiltà italiana, prima del mille non trova niente e di conseguenza parte dai terrori.

E quello che succede in Italia succede in Francia, succede negli altri Paesi, ognuno per conto suo. Bene, siamo a buon punto direi. C’è ancora un aspetto che io vorrei sottolineare di questa faccenda e che la rende forse in qualche misura un po più attuale rispetto a tutti questi discorsi di monaci del XII secolo che vi ho inflitto. Nell’ottocento sono tutti così convinti dei terrori dell’anno mille anche perché nell’ottocento si stanno combattendo delle battaglie ideologiche molto precise.

Carducci, che abbiamo visto uno dei principali, come dire, autori di questa leggenda o uno di quelli che l’hanno espressa nel modo più romantico, più evocativo, Carducci è anche quello dell’inno a satana naturalmente. E il Carducci delle invettive contro il Vaticano, contro la chiesa del suo tempo, reazionaria, nemica del progresso. E il Carducci delle poesie che attaccano il gran prete, che in Vaticano continua a fare il re e a tagliare le teste degli oppositori. Nell’ottocento si combatte, fra tante battaglie che si combattono, si combatte anche una battaglia della cultura laica, progressista, scientifica, positivista, contro la superstizione e la Chiesa dell’ottocento è vista, da molti di questi che si battono per una cultura laica e progressista, è vista come un nemico.

Non a caso va detto, qui mi permette una piccola parentesi, perché le cose vanno contestualizzate, se c’è un anticlericalismo così violento nell’ottocento e anche naturalmente, perché la Chiesa di allora fa di tutto per farsi considerare come un nemico, perché la Chiesa di allora è spaventata dal progredito. Sono cose che si possono dire tranquillamente, perché la Chiesa di oggi lo ha riconosciuto ampiamente. La Chiesa dell’ottocento è terrorizzata dal progresso, è terrorizzata dal liberalismo, è terrorizzata dalla scienza, combatte il modernismo in tutte le sue forme, scomunica, chiude porte. È chiaro che dall’altra parte la Chiesa è vista come il nemico oscurantista.

Allora, se la Chiesa e la religione cristiana sono fonte di superstizioni e di ignoranza, ancora più sarà successo così in quella brutta lontana epoca, da cui per fortuna siamo usciti, in cui la Chiesa dominava il mondo, il Medioevo. Nel Medioevo certamente la Chiesa, così ragionano Carducci e tanti altri, e Michelet in Francia, regnavano davvero le tenebre. E allora non c’è da stupirsi se la gente era così ignorante, se la gente era in preda a tutte le paure, se all’arrivo dell’anno 1000 il mondo si è fermato per il terrore. Ma se da una parte c’è chi combatte questa battaglia, anche dall’altra c’è chi combatte, anche dal campo ecclesiastico, c’è chi studia e scrive e pubblica per dire che non è vero niente, che la Chiesa non era affatto, come dire, fautrice di ignoranza e superstizione, anzi la Chiesa faceva tutt’altro.

E allora i primi che dicono, ma questi terrori dell’anno 1000 di cui siete tutti così sicuri, ma è poi vero, scusate, che ci sono stati. Vogliamo andare a controllare, vedere i cronisti di quegli anni cosa scrivevano, cioè in sostanza fare un po quello che io ho fatto stasera. I primi che fanno queste cose non sono spinti semplicemente, non sono studiosi spinti dall’amore della verità, ma sono anche combattenti di una guerra. Il primo articolo che esce nel 1873 che parla in Francia dei pretesi terrori dell’anno 1000 è di un prete, uno studioso ecclesiastico, Don Plaine, per cui dimostrare che i terrori dell’anno 1000 non ci sono mai stati non è soltanto un punto di precisazione storica, ma vuol dire dimostrare che ha antorto i laici, gli scienziati, i positivisti a parlare della Chiesa come di una fautore appunto della tenebra e dell’ignoranza.

Non è vero niente. E qui devo anche confessare che è molto imbarazzante questa faccenda per me, perché io devo dire, ho già detto un po prima e lo dico di nuovo, che tutto sommato sui due piatti della bilancia, allora, nelle condizioni di allora, avevano ragione i mangia preti e aveva torto la Chiesa. La Chiesa stava davvero combattendo delle battaglie sbagliate contro tutto ciò che c’era di moderno, il liberalismo, la democrazia, l’unità d’Italia, ogni sorta di cose. Avevano ragione quegli altri, per me, però quegli altri che avevano ragione per dimostrare che avevano ragione hanno costruito, hanno fatto una cattiva storiografia, hanno costruito una leggenda e ci hanno creduto.

I preti di Pio IX, che difendevano il Vaticano forse più oscurantista e reazionario che ci sia stato negli ultimi secoli, però avevano ragione e hanno fatto una storiografia giusta e sono andati a scoprire la verità. L’ultimissima cosa che vorrei dirvi, che prosegue questo discorso e lo attualizza ancora di più, è che sembrerà strano, ma non è ancora del tutto finita. E cioè c’è ancora, almeno in Francia, che è un Paese dove le spaccature ideologiche sono un po diverse dalle nostre, ma sono profonde, specialmente quella tra cultura laica del Repubblica e cultura cattolica. C’è ancora oggi una qualche dimensione di attualità in questa polemica sui terrori dell’anno mille e mi spiego è uscito da pochissimo tempo un libro che fin dal titolo è chiaramente programmatico i falsi terrori dell’anno mille e di uno studioso molto famoso in Francia, non ancora in Italia, che si chiama Sylvain Guggenheim, come la Peggy Guggenheim dell’arte contemporanea, sarà quindi anche lui di origine ebraica verosimilmente, ma è uno studioso cattolico che ha scritto questo libro molto militante, I falsi terrori dell’anno mille, dicendo in sostanza questo.

È vero che i terrori dell’anno mille non ci sono stati, ormai lo sanno tutti, ma non basta. Bisogna dissiparla di più questa leggenda, perché se andiamo a vedere la storiografia del novecento, la grande storiografia francese, Duby, quegli studiosi quando ci sono occupati dell’anno mille, dice Guggenheim, certo hanno ammesso che i terrori sono una leggenda, ma hanno molto insistito sul fatto che comunque c’era il millenarismo, c’erano questi movimenti, c’era un’atmosfera pesante di inquietudine, in sostanza Guggenheim attaccando alcuni mostri sacri della storiografia del novecento come appunto George Duby. Guggenheim dice, questi in realtà grandi maestri per carità, però hanno creato di nuovo un’impressione falsa, sono tornati a dare questa impressione dell’anno mille come epoca tenebrosa, inquieta, oscura, mentre dice Guggenheim non è vero niente. Perché è interessante scoprire questo?

Perché Guggenheim, come vi dicevo, è uno studioso non solo cattolico, ma arci cattolico, ultra, che è diventato famoso in Francia, non per questo libro sui terrori dell’anno mille. Guggenheim è diventato famoso in Francia per un libro che è uscito cinque anni fa, che si intitola Aristoteles al Mont Saint Michel. Il Mont Saint Michel avete presente, è la famosa abazia in Normandia, quella che sta in mezzo al mare, quando c’è la marea rimane isolata dalla terra ferma. Guggenheim in Aristoteles al Mont Saint Michel sostiene, e dico sostiene perché il suo libro ha provocato polemiche furibonde, con illustri studiosi che hanno detto che è tutta spazzatura, e altri illustri studiosi che hanno detto che invece è molto interessante.

Quindi io non l’ho ancora letto, vi riferisco soltanto quel che so in sintesi. Guggenheim in questo libro sostiene di aver scoperto che nel monastero del Mont Saint Michel nel Medioevo c’era un grande centro di traduzione dal greco in latino, e lì si traduceva direttamente dal greco in latino, Aristotele, Eto Lomeo, gli scienziati greci e così via. Io credo che voi capiate già le implicazioni di questo, ma Guggenheim per non farsi mancare niente le esplicita nel suo libro. Queste pagine le ho viste, sono andato a vederle.

Guggenheim dice, e quindi non è vero quello che ci hanno sempre raccontato, che è grazie agli arabi che noi abbiamo potuto possedere la filosofia e la scienza greca. La filosofia e la scienza greca, dice Guggenheim, noi cristiani ce le siamo tradotte direttamente dal greco e non avevamo nessun bisogno degli arabi. E tanto per essere ancora più chiaro, nelle ultime pagine del libro Guggenheim dice e del resto si sa che l’arabo è una lingua completamente inadatta per parlare di argomenti scientifici, che gli arabi come mentalità non sono un popolo di scienziati e di conseguenza era ridicolo pensare che noi gli dovessimo qualche cosa. Alla cultura islamica e medievale noi non dobbiamo niente.

Voi capite che è un argomento un filino provocatorio. E difatti in Francia ci sono stati i dibattiti furibondi su questo libro. Ora, capite? Colpisce che lo stesso studioso che scrive Aristotele al Mont Saint Michel, il libro successivo che scrive, è per dire, ricordiamocelo che i terrore dell’anno mille non ci sono mai stati.

Perché qui i laici ci hanno di nuovo un po confuso le idee. Si parla troppo di millenarismo medievale, invece non è vero niente. Io qui non mi schiero. I terrore non ci sono mai stati, questo è evidente, chiarissimo.

Ma quello che mi interessava far vedere in conclusione, è come sono complesse insomma le vie con cui si creano i miti e con cui poi rimangono radicati. Magari si creano in modo del tutto innocente, uno che ha aggiunto una righina in una cronaca, e magari rimangono lì silenziosi per secoli. Poi viene il momento in cui una certa cosa torna utile nelle battaglie di quel momento e allora la si tira fuori e lo spirito critico sparisce. È un meccanismo estremamente impressionante.

Per chi di voi ci sarà anche domani e dopodomani racconteremo esempi, credo più divertenti di questo se Dio vuole, di casi simili. Questo era il primo, questo avevo da raccontarvi stasera, e quindi qui mi fermo. Grazie.